Riciclaggio denaro sporco nel viterbese, oggi le notifiche

Al via presso il Tribunale di Roma il processo legato all’Operazione “Jolly”, del gennaio 2018. Il riferimento è alla maxi-inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia che aveva rivelato un giro riciclaggio di denaro a livello internazionale per 18 milioni di euro. L’operazione, condotta dai Carabinieri del nucleo investigativo del Comando Provinciale di Roma, aveva portato, complessivamente, all’arresto di 20 persone, con le accuse di riciclaggio aggravato dalla transnazionalità, impiego di denaro di provenienza illecita, emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti e autoriciclaggio. Per altre cinque persone, inoltre, era stata notificata la misura “dell’obbligo di dimora con contestuale interdizione dall’esercizio di attività professionali o imprenditoriali”. Nel giro di riciclaggio – rivelarono le indagini – era coinvolta la comunità cinese di Milano, con affari “sporchi” tra le città Londra, Roma, Milano, Bari, Vicenza, Pordenone, Campobasso e Viterbo, e la provincia laziale. Al termine delle indagini preliminari il Giudice per le indagini preliminari ha disposto l’archiviazione per uno degli indagati, l’imprenditore romano Alessio Del Vecchio. Secondo la decisione del Gip, per Del Vecchio – accusato inizialmente di riciclaggio di 5 milioni di euro provenienti dal traffico di droga – e per un altro indagato, bisogna escludere la “sussistenza di condotte sufficienti ad apportare un contributo” al sodalizio illecito. Il Gip ha disposto l’archiviazione anche per altri tre indagati coinvolti nell’operazione. 

Tra gli arrestati nel corso dell’Operazione “Jolly”, che si è svolta tra Londra, Roma, Milano, Bari, Vicenza, Pordenone, Campobasso e Viterbo, coinvolgendo numerosi imprenditori e rappresentanti di spicco sul territorio, ci sono anche esponenti della criminalità organizzata. In Friuli, a Pordenone, sono stati arrestati Adelino Cera ed Emanuela Rosa, molto attivi tra Friuli e Veneto, e punto di riferimento della zona per chi volesse ripulire denaro di dubbia provenienza. Secondo le indagini Cera e Rosa, coppia di Ponso, in provincia di Padova, riciclavano il denaro raccolto dai cinesi a Milano grazie ai proventi evasione fiscale, lavoro nero e prostituzione. E non solo. Secondo quanto riportato dall’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Roma il 12 dicembre 2017, “I coniugi veneti avrebbero, in un primo tempo, operato in collegamento con un gruppo cinese per far giungere denaro in Cina tramite società straniere sulle quali far transitare le somme. Successivamente, avrebbero intessuto rapporti illeciti con un gruppo criminale romano per operazioni di riciclaggio tramite contratti di finte sponsorizzazioni sportive”.

A centro Italia, invece, il gruppo criminale facente capo a Stefano Taccini aveva forti legami con la malavita organizzata romana. Taccini è stato un imprenditore romano molto attivo nella compravendita di auto e veicoli, e già implicato in altre vicende giudiziarie sempre legate al reato di riciclaggio. L’imprenditore romano era molto legato a Enrico Nicoletti, ex membro ed ex cassiere della Banda della Magliana che sarebbe stato uno dei primi beneficiari delle operazioni “sporche” portate avanti da Taccini. Nel giro, poi, era coinvolto anche Massimo Nicoletti, figlio di Enrico.

Tra i numerosi beni sequestrati nell’ambito dell’operazione, anche la famosa villa sequestrata alla banda della Magliana a Tarquinia, in provincia di Viterbo, in zona Marina Velca. La villa, che era proprio di Stefano Taccini, è stata poi inclusa tra gli immobili sequestrati dalla DDA alla mafia, e riassegnati, ed è divenuta particolarmente famosa perché l’annuncio del sequestro e della riassegnazione fu fatto direttamente dall’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nel corso di una trasmissione tv. Soltanto a Tarquinia furono sottratti alla criminalità organizzata ben 12 immobili per un valore di 1 milione 314 mila euro, secondo i dati dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati. Tutti gli immobili erano situati in località San Giorgio e in località Marina Velca, e la maggior parte di questi furono oggetto di sequestro da parte dei Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Roma, proprio in relazione all’Operazione “Jolly”. L’’ordinanza, emessa dal Gip presso il Tribunale di Roma, su richiesta della locale Dda, infatti, oltre all’arresto degli indagati, dispose anche il sequestro di moltissimi beni. 

Sempre sul fronte romano, tra gli arrestati dell’operazione “Jolly”, c’erano Vittorio e Consilio Casamonica, membri e leader del noto clan dei nomadi e dell’organizzazione criminale radicata a Roma e molto attiva soprattutto nell’area dei Castelli Romani e del litorale laziale. Tra i convolti nell’inchiesta, poi, c’era anche Raffele Gerbi, a capo della società ”Professional e Partners Group”, noto per aver lavorato con alcuni esponenti della criminalità organizzata, come Angelo Senese e Michele Senese. Coinvolto, infine, sempre sul fronte romano, anche Jacopo Sanvoisin, già citato nel cosiddetto “Mondo di Mezzo” per le indagini su Mafia Capitale, non tra gli indagati nel procedimento ma, come emergeva dagli atti d’indagine, punto di riferimento per “il centro di cointeressenze riferibili al circuito criminale di Massimo Carminati e Giovanni De Carlo”.

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